Umbria: Decreto Aree Idonee Da Più Spazio a Tetti Fotovoltaici

La Regione Umbria ha approvato la nuova legge che definisce le aree idonee e non idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili.
L’obiettivo dichiarato è duplice: accelerare la transizione energetica e, allo stesso tempo, proteggere il paesaggio e il suolo agricolo.
La norma si allinea al Decreto Aree Idonee nazionale, fornendo un quadro certo per gli operatori e riducendo i tempi di autorizzazione nelle zone già urbanizzate o compromesse.
L’intento è diffondere la produzione distribuita, favorendo autoconsumo e comunità energetiche rinnovabili (CER).
Aree Considerate Idonee: Valorizzare L’esistente
La legge individua come idonee le superfici dove l’impatto ambientale risulta minimo. Rientrano tra queste:
- i tetti di abitazioni, capannoni, edifici produttivi e agricoli;
- le aree industriali dismesse o da riqualificare;
- i parcheggi coperti o scoperti;
- le cave e discariche esaurite;
- le fasce lungo infrastrutture viarie o ferroviarie, fino a 300 metri di distanza.
Gli impianti collocati in queste aree beneficiano di procedure più rapide e di un parere paesaggistico non vincolante, riducendo tempi e incertezze per gli investitori.
La Regione intende così stimolare la produzione locale di energia pulita senza penalizzare l’agricoltura.
Zone Non Idonee e Limiti All’agrivoltaico
Più severi risultano invece i criteri per le aree non idonee, dove la tutela paesaggistica e ambientale prevale sull’aspetto energetico.
Tra i territori esclusi rientrano:
- i siti UNESCO e della rete Natura 2000;
- Aree ad alta esposizione panoramica individuate da PTCP e PPR;
- le aree a rischio idrogeologico o idraulico;
- le fasce di rispetto intorno a edifici storici, chiese, borghi e strade panoramiche;
- i terreni agricoli di pregio e quelli già vincolati da piani paesaggistici;
- “Fascia pedemontana olivata Assisi-Spoleto”.
Per gli impianti fotovoltaici a terra su suolo agricolo, la legge limita l’occupazione massima al 3% della superficie agricola comunale, salvo eccezioni motivate. La priorità rimane l’utilizzo dei tetti e delle superfici già costruite.
L’agrivoltaico non viene escluso, ma avrà delle regole più restrittive. Solo gli impianti che mantengono l’effettiva attività agricola e rispettano specifiche condizioni di integrazione paesaggistica potranno essere autorizzati.
La Regione richiede inoltre garanzie finanziarie e piani di ripristino ambientale a fine vita dell’impianto.

Accumulo e Compensazioni Ambientali
Il testo di legge riconosce un ruolo centrale anche ai sistemi di accumulo (batterie o soluzioni idrogeno).
Gli impianti che integrano sistemi di stoccaggio pari ad almeno il 10% della potenza installata possono ottenere un incremento del 30% della superficie autorizzabile.
Per ogni progetto, è obbligatorio presentare una garanzia economica per la dismissione e un piano di compensazione ambientale equivalente ad almeno il 3% dei ricavi.
Le compensazioni possono consistere nella realizzazione di impianti rinnovabili pubblici o interventi ambientali nei comuni ospitanti.
Comunità Energetiche e Partecipazione Diffusa
La legge punta a creare un modello energetico partecipato, in cui cittadini, imprese e amministrazioni locali diventino protagonisti della produzione di energia pulita.
L’assessore De Luca ha annunciato l’obiettivo di coinvolgere ogni cittadino umbro in una comunità energetica entro quattro anni. Le CER permetteranno di ridurre i costi in bolletta, autoconsumare l’energia prodotta e valorizzare i tetti inutilizzati.
L’Umbria intende così promuovere un’economia energetica decentralizzata e sostenibile, in linea con le direttive europee, rafforzando la coesione territoriale e il ruolo delle piccole comunità.
Equilibri tra Energia e Territorio
Il nuovo quadro normativo segna una svolta per la pianificazione energetica regionale.
La strategia umbra punta a semplificare gli investimenti in contesti già urbanizzati e a proteggere il paesaggio rurale da uno sviluppo disordinato degli impianti a terra.
La transizione energetica regionale passa così dalla valorizzazione del patrimonio edilizio esistente e dalla partecipazione diretta dei cittadini, più che dall’espansione indiscriminata del fotovoltaico agricolo.
